AREE INTERNE E MIGRANTI

“Una risorsa per i territori, soprattutto dopo la pandemia”

A studiare il potenziale di sviluppo dell’immigrazione straniera nelle aree rurali e montane è il progetto Matilde finanziato nel programma Horizon 2020. Andrea Membretti, coordinatore scientifico per l’Università della Finlandia Orientale: “In questi territori la presenza immigrata è uno dei fattori fondamentali di recupero e resilienza”

Che impatto ha l’immigrazione straniera sulle aree interne e montane del paese? Sono anni che circola questa domanda, ora un progetto europeo proverà a dare una risposta esaminando gli effetti sullo sviluppo locale e sulla coesione territoriale nelle regioni rurali e montane con l’obiettivo di migliorare l’integrazione e lo sviluppo locale. Avviato nel febbraio 2020, prima dello scoppio della pandemia, il progetto ha concluso da poco il primo anno di attività dedicato quasi esclusivamente alla ricerca. “Matilde nasce da una riflessione che portiamo avanti da un po’ di anni con la rete ForAlps – racconta Membretti a Redattore Sociale -. Con un gruppo di colleghi abbiamo iniziato già sei anni fa a studiare il tema dell’immigrazione straniera nei contesti montani, soprattutto sulle Alpi. Tutta questa riflessione ha dato vita a tante pubblicazioni e anche all’idea di presentare una proposta di progetto europeo mettendo in relazione la presenza straniera con le dinamiche di sviluppo locale nei territori rurali e montani di tutta Europa”.

Una nuova narrazione sulle aree interne e rurali

Uno dei dieci obiettivi del progetto Matilde è quello di creare una nuova narrativa sulle aree interne e rurali, in cui la presenza di immigrati stranieri – sebbene sia un fenomeno importante ma trascurato, sostiene il team di ricercatori – può avere un impatto importante sullo sviluppo locale. E la pandemia da Covid-19 può diventare un’opportunità per questi territori. “Gran parte degli studi sulla questione migratoria in Europa – spiega Membretti -, sono concentrati sulle città, mentre poca attenzione è stata data negli anni alle aree interne. Così abbiamo allargato la rete e costituito un consorzio di 25 soggetti diversi, metà enti di ricerca, nello spirito originario del nostro network, e metà realtà locali. In alcuni casi realtà non governative, come la Caritas di Bolzano e alcune organizzazioni di volontariato in Carinzia, e in altri casi anche enti locali, come la città metropolitana di Torino o il governo locale di Saragozza”.

Un tema, quello delle aree interne, che nell’anno della pandemia è stato oggetto di un rinnovato interesse da parte dell’opinione pubblica, sebbene da sempre abbia avuto numeri degni d’attenzione. In Italia, infatti, le aree interne ricoprono il 60% del territorio nazionale, su cui vive il 22% della popolazione italiana, cioè poco più di un cittadino su cinque. In Europa, invece, le aree montane coprono circa il 33,5% del territorio dell’Unione europea, mentre circa il 74% di tutta dei territori Ue (esclusa la Turchia) è classificata come “area rurale” e ospita una popolazione di circa 97 milioni di abitanti, ovvero il 21% della popolazione totale. Ma come si legge sulle pagine del progetto Matilde, nonostante il loro potenziale di sviluppo, le regioni rurali e montane sono spesso trascurate dalle politiche europee.

In Italia, la presenza di immigrati nelle aree interne e montane sembra essere in aumento. Se nel 2015, su oltre 5 milioni di stranieri presenti in Italia, più di 645 mila risultavano essere residenti nei piccoli comuni (il 12,9% degli stranieri e oltre l’8% della popolazione residente totale) – come si legge nella ricerca “Migranti per forza o per scelta nelle aree appenniniche” curata da Alessandra Corrado -, secondo il rapporto della Rete rurale nazionale 2014-2020, nel 2017 gli stranieri presenti nelle aree interne risultano essere oltre 920 mila (circa il 20% del totale), rappresentando il 7% del totale della popolazione che vive nelle aree interne.

“La presenza straniera nelle aree rurali e montane è un fenomeno che immaginavamo già in tutti i contesti che stiamo considerando, dalla Scandinavia alla Turchia – spiega Membretti -. Naturalmente ha caratteristiche molto diverse da paese a paese e anche rispetto al periodo della migrazione. Dalla seconda metà degli anni ’90 e nei primi anni 2000 si trattava soprattutto di migrazione lavorativa. Quella più recente, invece, è caratterizzata da una migrazione forzata, con rifugiati e richiedenti asilo, a causa della crisi siriana e di quel che sta succedendo in Medio Oriente e in Africa”. In Europa i contesti studiati sono molto diversi. È il caso della Turchia o della Bulgaria, racconta Membretti. “Qui ci sono migranti forzati bloccati in regioni anche rurali e interne in attesa di ripartire perché non ci sono le condizioni per inserirsi nel territorio o perché mancano politiche di inclusione. Dall’altro lato abbiamo situazioni in cui sono presenti già da molto tempo, come in Italia”.

A livello europeo, inoltre, le differenze geografiche sono enormi. Le aree interne, così come le conosciamo in Italia, sono spesso assai più isolate. “Dobbiamo pensare che un’area rurale e remota scandinava ha una densità abitativa che per noi italiani è risibile – racconta Membretti -. Parliamo di poche decine o anche meno di persone per chilometro quadrato. Questo, in termini di servizi e integrazione sociale, rende tutto più difficile nonostante ci siano politiche che puntano molto all’inclusione, molto di più di quello che è stato fatto in Italia o in Bulgaria o in Turchia”. Anche il contesto economico è diverso da paese a paese. Mentre in Italia sono diversi i settori lavorativi in cui la componente straniera è importante – dall’agricoltura al turismo -, “in altri contesti, dove c’è un’alta presenza di rifugiati come nel nord Europa – aggiunge Membretti -, spesso hanno difficoltà di inserimento lavorativo. In Scandinavia, ad esempio, è molto sviluppato il settore industriale nella silvicoltura, ma è tutto meccanizzato e non c’è bisogno di molta manodopera”.

Come invertire il trend dell’abbandono. La presenza di immigrati stranieri nelle aree interne può invertire la tendenza all’abbandono e al declino demografico? Per Membretti, gli immigrati hanno contribuito in modo sostanziale all’inversione di tendenza delle dinamiche di spopolamento in tante comunità. “È un dato che vedevamo già nei primi anni 2000, notando anche qualche differenza tra migranti lavorativi,  rifugiati e richiedenti asilo – spiega -. I primi sono presenti nel nostro territorio alpino e appenninico da 15-20 anni e in molti casi hanno rappresentato l’unica concreta possibilità di inversione di tendenza demografica”. La presenza di rifugiati o richiedenti asilo, invece, ha avuto un impatto diverso. “Nella stagione dell’accoglienza diffusa tra il 2015-2018 hanno invertito di molto il trend dello spopolamento – aggiunge Membretti – ma in gran parte non si sono trattenuti perché non c’erano politiche per favorire il loro rimanere sul territorio. Il problema è che non ci sono politiche per favorire il radicamento nemmeno per gli italiani. L’unica politica attiva è la Snai, la Strategia nazionale per le aree interne, ma è comunque qualcosa di piccolo e che sta sempre a metà del guado”.

Un buon modello a cui ispirarsi è quello spagnolo. Secondo Membretti, l’Aragona sta puntando molto sulle strategie di ripopolamento. “I Pirenei si sono spopolati come e peggio delle Alpi occidentali nel corso del secondo dopoguerra – racconta -, ma oggi stanno mettendo in atto finanziamenti, sovvenzioni e progetti di accompagnamento”. Anche a Torino c’è un progetto di accompagnamento alla montagna rivolto a tutti, realizzato in collaborazione con l’università della città, ma “il problema sono sempre i numeri – chiosa Membretti -. A Torino, ogni anno si riesce ad accompagnare qualche decina di persone, ma dopo un po’ la metà di loro torna indietro. Il problema è creare massa sostenibile. In questo caso ci vogliono politiche nazionali”.

Ed è proprio lo stimolo alla creazione di politiche che possano favorire il radicamento degli stranieri nelle aree interne l’obiettivo del progetto Matilde che dopo un anno di raccolta e analisi dei dati ora punta ad attivare percorsi di ricerca-azione. “Abbiamo selezionato 20 territori – per l’Italia ci sono la Val Susa e la Val Venosta – su cui andremo a condurre attività per riflettere su pregiudizi e stereotipi reciproci, sul ruolo effettivo degli stranieri sull’economia locale e sulle strategie di inclusione. Il terzo anno del progetto, infine, è dedicato alla governance e alla costruzione di proposte di policy. Riteniamo che la dimensione regionale sia il cuore dell’Europa e in questi territori la presenza immigrata costituisce uno dei fattori fondamentali di recupero e resilienza, a maggior ragione dopo la pandemia da Covid-19. Le aree rurali e marginali sono una grande risorsa per l’Europa e gli immigrati sono una grande risorsa per questi territori”.

FONTE: Redattore Sociale – Articolo di Gianni Augello del 16 maggio 2021